Cronache

  • RIFORNIMENTO IN MARATONA: COS'È GIUSTO FARE?

    Il rifornimento in maratona è uno dei maggiori incubi del maratoneta amatore; non avendo a disposizione un’équipe medica che possa dargli consigli utili, il runner si trova spesso in balia di teorie contrastanti che lo confondono al punto che raramente la scelta è del tutto corretta.
    Per comprendere che caratteristiche deve avere il rifornimento in maratona, occorre considerare che generalmente esso ha lo scopo di reintegrare:
    1) acqua
    2) carboidrati
    3) sali
    Occorre innanzitutto comprendere da dove nasce la confusione che sembra dominare la materia. Gli studi sull’argomento non necessariamente sono orientati alla maratona, ma vanno dall’atleta a riposo a chi corre le ultramaratone nel deserto!
    Ovvio che sia veramente difficile (anche per gli addetti ai lavori) traslare le ricerche da una situazione all’altra. Se, per esempio, una ricerca mi dice che con esercizio fisico moderato (60% del VO2max) lo svuotamento gastrico è di 750 ml per ora, come posso usare tale ricerca in maratona dove lo sforzo è decisamente superiore? C’è linearità per cui posso estrapolare il dato? Oppure il dato è inservibile?
    Inoltre nelle varie ricerche sembra che non si tenga conto della variabilità individuale, per esempio del peso del soggetto. Parlare di perdita di sudore di 1 l/h non ha molto senso se non si specifica anche il peso del soggetto: c’è un’enorme differenza fra un uomo di 75 kg e una donna di 45! D’altro canto specificare sempre le condizioni cui si riferiscono i dati che si citano renderebbe pesantissimo il discorso, per cui di solito si dà per scontato che i dati siano “medi”. Addirittura Maughan (1994), gettando la spugna nel tentativo di trovare risposte universali, affermava alla fine dei suoi studi che “athletes should experiment during training to establish how much fluid they need and can tolerate” (gli atleti dovrebbero eseguire prove in allenamento per stabilire di quanti liquidi abbiano bisogno e possano tollerare”).
    Pertanto la prima cosa da fare è riferirsi a una situazione abbastanza costante, quella che definiremo maratona standard, una maratona in cui il soggetto si impegna al massimo delle sue possibilità e che è corsa in condizioni climatiche accettabili (temperatura percepita da 0 a 25 °C). Alcuni autori (Arcelli e Calori) propongono ancora di bere tantissimo: un amatore sulle 3 h dovrebbe bere al massimo 200-300 g di acqua a ogni rifornimento. Se consideriamo 8 rifornimenti arrivo a 1,6-2,4 l di acqua; questo a prescindere dalla temperatura! Viene da pensare che i due articolisti non abbiano assistito a una maratona da diverso tempo: la maggior parte di quelli che corrono sulle due ore non beve più di mezzo litro di acqua!. Che senso ha proporre dosi da cammello? Forse per scrupolo medico?
    Perché un atleta, che durante i lunghissimi (corsi spesso a ritmi vicini a quello della maratona) si è abituato a non bere o a bere pochissimo (per ovvi motivi organizzativi), durante la gara poi deve assumere quantità industriali di acqua?
    In queste mie considerazioni sono supportato anche da Noakes (2002) il quale afferma che, a dispetto del consiglio di bere 1-2 l di acqua per ora (!) dato dagli scienziati, i migliori maratoneti ottengono le migliori prestazioni (in maratone ovviamente climaticamente favorevoli) bevendo 200-400 ml di acqua per ora!
    Il motivo di questa realtà “empirica” è banalmente spiegato dal fatto che bere durante la corsa non è affatto facile. Ad alti livelli è noto come il momento del rifornimento sia caotico, denso di significati agonistici e spesso anche di un’alta probabilità di infortunio; a livelli amatoriali si spiega con lo scarso allenamento del runner a bere in corsa. In ogni caso bere più di 100 ml a un rifornimento implica un netto rallentamento del ritmo e possibilità di infortuni muscolari.  

    Rifornimento in maratona: la strategia

    Coniugando teoria e pratica, è possibile desumere una strategia pratica ed efficiente al fine di effettuare un corretto rifornimento in maratona. Distinguiamo quindi tre situazioni classiche a cui ci si può riferire per situazioni intermedie.
    Fondamentale avere presente che mentre il recupero idrico è essenziale, l’integrazione di sali e/o di carboidrati è meno importante.
    Quindi si deve sempre partire dalla formula per il calcolo dell’integrazione idrica. Saputa quanta acqua mi occorre, posso scegliere la strategia di rifornimento.
    1) Se le condizioni climatiche sono decisamente avverse, in una maratona il nostro atleta standard (70 kg) potrà perdere fino a sei litri d’acqua; ovviamente questi dati dipendono anche dal soggetto, e ognuno con una semplice pesata prima e dopo un allenamento di 40′ corsi a ritmo gara può determinare la propria situazione. In questo caso l’unico consiglio sensato per un amatore è o non correre o interpretare la maratona come allenamento, fermandosi a bere a ogni ristoro una soluzione al 6-8% di carboidrati (si rispetta il vincolo dei carboidrati) con 1 g di sale. Il professionista che vuole ottimizzare la prestazione dovrà bere il quantitativo suggerito dalla formula integrato con il 6-8% di carboidrati (la percentuale dipende dal massimo fisiologico di 60 g all’ora!) e sale.
    2) Se le condizioni non sono favorevoli per un record (temperatura compresa fra i 15 e i 25 °C), si può stimare che si possano perdere due o tre litri d’acqua in una maratona mediamente calda e umida. Poiché bere in corsa è un processo non facile, conviene bere ogniqualvolta si presenti l’occasione, cioè a tutti i rifornimenti, circa 100-150 ml per volta. Si arriverà a circa 0,8-1,2 l, quantità che lascerà il bilancio in negativo, ma al di sotto della soglia di peggioramento prestativo. Poiché si beve tutto sommato poco, i carboidrati è opportuno o assumerli in soluzione al 15-18% con 0,5 g di sale per litro (in tal caso si dà poca importanza all’integrazione glicidica in gara) o assumerli in gel in ragione di 240-360 kcal.
    3) Se le condizioni sono ottimali (temperatura inferiore a 12 °C, irraggiamento invernale e poca umidità), bere può rivelarsi un boomerang: per molti atleti c’è uno scarso assorbimento e si rischia di doversi fermare a fare pipì con conseguente perdita di tempo e del ritmo di corsa… In queste condizioni è normale anche non bere o bere una quantità minima d’acqua. L’assunzione di carboidrati diventa quindi abbastanza difficile perché lo svuotamento gastrico è molto lento e l’assorbimento intestinale anche.
    4) Realisticamente non si può andare oltre un’integrazione con carboidrati in gel di 150-250 kcal, da effettuarsi nella prima parte della gara (per esempio 10 e 20° km).
    Nelle situazioni intermedie si deve stimare la quantità d’acqua persa con la sudorazione e bere durante la corsa tant’acqua da rimanere con una differenza negativa che non superi il litro e mezzo.
    Non conviene mischiare il reintegro idrico e quello glicidico, ma utilizzare il tempo di corsa per dare al corpo la possibilità di gestirli il più possibile separatamente, bevendo acqua e assumendo carboidrati in gel molto concentrati per esempio al 8°, al 18° e al 28° chilometro.L’assunzione avviene fra due rifornimenti idrici usando i classici contenitori spremibili già pronti all’uso.
    Come visto nella pagina sull’integrazione dei carboidrati in gara, la temperatura dell’acqua non è considerata più così importante come nei primi studi. Per avere una maggiore appetibilità è comunque opportuno che la temperatura sia sufficientemente fresca.

    Maratona: ha senso la preidratazione?

    Può aver senso una preidratazione (200-300 ml d’acqua) appena prima della partenza di una maratona? Se è forzata spesso produrrà gli stessi effetti di una superidratazione in gara, se invece è appetibile può essere sicuramente utile.  

    Un commento finale

    Chi ha letto questo articolo e i tre articoli teorici, si sarà sicuramente accorto che la materia è molto complessa e che non esiste una una “soluzione ideale”.
    L’errore più grave è quello di chi pensa di avere dall’integrazione glicidica in gara le energie per sopperire a un allenamento approssimativo.
    Dovrebbe essere abbastanza chiaro che, per i vincoli teorici e le limitazioni pratiche, l’assunzione di carboidrati in gara è comunque limitata a poche centinaia di calorie.

    fonte: www.albanesi.it

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  • I SETTE RECORD MONDIALI DI NICK NICHOLSON

    Ricordate il "folle" Nick Nicholson, col quale io e Ian corremmo la Maratona del Riso di Santhià a Maggio 2018?

    Per chi ancora non lo conoscesse, dico solo che Nick è impegnato da alcuni anni nel continuo ritocco del record che già gli appartiene, ovvero quello relativo al maggior numero di maratone/ultra corse in un anno mobile (al momento mi sembra che stia a 275).

    Così facendo, l'ever-runner americano si è impadronito anche di diversi altri record podistici (7 in tutto), elencati e dibattuti nella lunga intervista leggibile al link qui sotto, che vi porterà nel sito del Club Super Marathon Italia (colgo l'occasione per invitare chi fra maratone e ultra è già intorno alle 50 gare portate a termine a prendere in considerazione di iscriversi al Club: costa 20 euro annui ma permette di avere sconti davvero notevoli sull'iscrizione a tutte le maratone italiane, di norma sino all'ultimo momento).

    Nell'intervista Nick spiega anche molte cose relative alla sua vita fuori dal normale, ad esempio dove abbia trovato i soldi per girare il mondo in lungo e in largo al ritmo di oltre 250 maratone/ultra annue di media negli ultimi 3 anni.

    C'è chi cerca di diventare il supereroe dei propri figli raccontando loro storie fantastiche prima che si addormentino e chi semplicemente sforzandosi di dare l'esempio ogni giorno da "buon padre di famiglia". C'è poi chi, unico al mondo, stabilisce record su record nella corsa di lunga distanza, percorrendo quasi 15.000 km all'anno...

    http://www.clubsupermarathon.it/personaggi-ed-interviste/4168-intervista-a-nick-nicholson-l-uomo-dei-record-colui-che-detiene-gia-sette-record-mondiali.html

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  • 10 cose su Forrest Gump che forse non sapete...

    “Stupido è chi lo stupido fa!”

    Forrest Gump fa parte del nostro immaginario collettivo. Ai premi Oscar del 1995 trovò un consenso enorme, aggiudicandosi sei tra le statuette più importanti, strappate dalle mani di autori come Tarantino o Kieslowski. Un vero e proprio cult, che ancora oggi ha per molti un enorme valore affettivo. Un universo di eventi e personaggi storici che ruota intorno al personaggio di Forrest Gump, la ricostruzione dell’ingenua parabola di un uomo con qualche deficit cognitivo. Una storia d’amore, di crescita. “Un atto di equilibrio mozzafiato tra commedia e tristezza, in una storia ricca di grandi risate e verità silenziose”, come lo definì Roger Ebert. Tutto questo è Forrest Gump.
    Anche ai fan più accaniti può essere però sfuggito qualche dettaglio. Qualche fatto curioso, qualche aneddoto che contribuiscono ad aumentare l’alone quasi mitologico che circonda il film.

    1. “Il mio nome è Forrest, Forrest Gump”

    E fin qui non c’erano dubbi. Non tutti forse sanno che però Forrest Gump è al settantaseiesimo posto nella classifica dei migliori cento film statunitensi redatta dall’American Film InstituteLa stessa prestigiosa organizzazione che ha inserito una frase del film al quarantesimo post delle cento migliori citazioni tratte da film.
    «Mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita»
    Un film che è un repertorio sconfinato di frasi che sono entrate come modi di dire nel linguaggio comune.

    2. Alternative a Tom Hanks.

    Per fortuna Tom Hanks ha accettato il ruolo subito dopo aver letto la sceneggiatura, perché la sua interpretazione è memorabile. E per fortuna che altri attori rifiutarono di impersonare Forrest Gump! Cosa sarebbe stato di Pulp Fiction se Vincent Vega fosse diventato un corridore, reduce dal Vietnam e campione di ping pong? Il ruolo fu offerto a John Travolta, che lo rifiutò, così come fecero Bill Murray e Chevy Chase.

    3. “Corri Jim, corri!”

    Un’altra citazione memorabile del film. No, non è sbagliata. Le scene di corsa sono state interpretate dal fratello di Tom Hanks, Jim, la sua controfigura. Due gocce d’acqua nella vita e sul set. Tom Hanks non ha però versato nemmeno una goccia, di sudore. Nemmeno nelle partite di ping pong, visto che sono ricostruite in CGI. Anche senza meriti atletici, la performance di Tom Hanks è quasi olimpica. Ma lo è anche quella di Jim, infaticabile corridore a cui dovremmo tributare la giusta riconoscenza.

    4. Gump&Co.

    Forrest Gump è tratto dall’omonimo romanzo, che ha anche due sequel: Gump&Co. e Gumpisms. Dal primo di questi, dato il successo mondiale del film, i produttori e Zemeckis avevano messo in cantiere un secondo capitolo. Ci avrebbe parlato di Forrest Gump adulto e papà, alle prese con nuovi eventi e protagonisti della storia recente degli anni ’80 e ’90. Questo progetto però non andò mai davvero in porto, perché gli autori e Tom Hanks si resero conto che perse di importanza.

    5. “Mamma diceva sempre che morire fa parte della vita”

    Magari non fosse così. Le due traiettorie dei protagonisti, Forrest e Jenny, si sfiorano e allontanano per tutta la vita a partire dal loro primo incontro. Il modo in cui il film affronta la morte della protagonista è così candido e fanciullesco come solo Forrest Gump può essere. Questo snodo narrativo ci ha regalato uno dei monologhi più belli di sempre sulla morte. Il film non ci chiarisce però il motivo della morte di Jenny. Si accenna ad una malattia che i dottori non sono stati capaci di guarire, alludendo forse all’AIDS. Jenny raschiò il fondo del baratro della droga e della prostituzione, quindi l’ipotesi è lecita. La conferma la abbiamo proprio dal libro Gump&Co. in cui apprendiamo che Jenny è morta di Epatite C, un ceppo virale non ancora isolato negli anni ’70, la cui scoperta risale al 1989.

    6. Astronauta e giocatore di scacchi.

    Il Forrest Gump che tutti conosciamo è un instancabile corridore, campione di football e di ping pong, reduce da una guerra che ha segnato profondamente la sua storia personale. Nel romanzo da cui è tratto in realtà conosciamo un Forrest ben diverso. Persino meno impacciato sotto le lenzuola: la sua prima performance con Jenny è una vera e propria maratona, a differenza del film di cui conosciamo bene la spiacevole conclusione. Un amante insaziabile che intraprende un’insolita carriera da scacchista e finisce arruolato dalla NASA per una missione spaziale che finisce tragicamente. Precipita infatti in Papua Nuova Guinea, dove un’ostile tribù di aborigeni lo tengono prigioniero per quattro anni.

    7. L’equipaggio dell’Apollo 13.

    A proposito del soggetto originale, vi è un chiaro riferimento al destino da astronauta del Forrest di carta e inchiostro. Il tenente Dan, quando ascolta il progetto di Forrest di avviare un’attività di pesca di gamberi, afferma:
    “If you’re ever a shrimp boat captain, that’s the day I’m an astronaut!”
    “Se mai sarai il capitano di una barca per gamberi, quel giorno sarò un astronauta!”
    Gary Sinise mantenne la promessa giusto un anno dopo, affiancando proprio Tom Hanks nell’equipaggio di Apollo 13, altra pietra miliare dei blockbuster statunitensi.

    8. Una camicia blu a quadri.

    Il comparto tecnico e artistico di Forrest Gump era notevole, specie per una commedia. La CGI che ha collocato il protagonista in enormi scenari storici e affianco a personaggi come Kennedy valse al film il premio per gli effetti visivi. Una ricercatezza nell’immagine che passa anche attraverso sottigliezze molto studiate. Ad esempio, nella scena iniziale di ogni salto temporale, Forrest indossa una camicia blu a quadri. Un elemento ricorrente che crea una struttura visiva che aiuta la memoria e crea coerenza.

    9. Un velato omaggio al grande cinema italiano

    Il primo incontro dopo la guerra del Vietnam tra Forrest e Jenny avviene a Washington, dopo un discorso del reduce Gump. Un discorso particolare, di cui non si ode niente se non “E questo è tutto ciò che ho da dire sul Vietnam”, ironizzando sottilmente su quanto si possa dire di quel conflitto assurdo. Nella folla Jenny cerca di raggiungere Forrest attraversando lo specchio d’acqua del Lincoln Memorial Reflecting Pool. Lui la vede e la raggiunge facendosi il bagno con lei. Una scena che sembra voler richiamare alla mente quella celeberrima de La dolce vita di Federico Fellini, in cui Anita Ekberg fa il bagno nella Fontana di Trevi.

    10. Una panchina da museo

    La panchina su cui Forrest sviluppa il lungo flashback agli avventori dell’autobus era diventata una meta di pellegrinaggio. Forrest Gump era entrato con prepotenza nel cuore di tutti, tanto da trasformare la panchina in un luogo di culto, che però venne spostata in un museo per preservarla. Così oggi è possibile guardarla al Savannah History Museum, mentre se si vuole rivivere il magico set si può andare in uno qualsiasi dei ristoranti della catena Booba Gump Shrimp Company, attrezzati con gli oggetti più iconici del film.

    Fonte: lascimmiapensa.com

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  • BADWATER, LA LEGGENDA!

    135 miglia, ovvero 217 km, in buona parte attraverso uno dei luoghi più inospitali del pianeta, la leggendaria Valle della Morte in California.
    In questo luogo magico e terrificante al contempo si incontrano un po'' tutti i tipi di deserto (dune di sabbia, laghi di sale, pietraie, pendii rocciosi, ecc.) e si devono pure affrontare dislivelli notevoli (D+ 4.450 m, D- 1.859 m), passando per punti a quasi 3.000 m d''altezza, dove la neve è sempre presente, ed anche la più profonda depressione del continente americano (86 m sotto il livello del mare), in un ambiente a dir poco ostile, ultra-secco e super-caldo, con il pericolo n. 1, la disidratazione, sempre in agguato.
    Come se non bastasse, la gara si svolge nel periodo più caldo dell''anno, a metà Luglio, quando nella valle non è raro sfiorare i 50° (il record mondiale di caldo è stato registrato proprio qui, il 10 Luglio 1913, con ben 56,7°) e l''umidità relativa può scendere sotto il 10%!
    Queste caratteristiche fanno della Badwater Ultramarathon, quasi all''unanimità per gli ultra-runner, la più dura corsa su strada del mondo (più della Spartathlon e di altre gare simili). Solo i nomi dei luoghi che si toccano sono tutto un programma: Furnace Creek (torrente della fornace), Chloride City (città del cloruro), Funeral Mountains (monti del funerale) ed altri ancora, per non parlare della depressione da cui prende il via la corsa  e che le da il nome, il bacino di salgemma cristallizzato alla quota di -86 m di Badwater (acqua cattiva).
    In passato tutti i nostri ultramaratoneti più forti (da Zava a Saccani a Borlenghi) ci hanno fatto un pensierino, ma alla fine hanno dovuto rinunciare.
    Vige infatti un rigoroso numero chiuso, con requisiti d''accesso molto stringenti, ed anche quando un potenziale concorrente soddisfa tali requisiti deve dimostrare di potersi avvalere di un team personale a supporto (almeno un paio di persone al seguito su un veicolo attrezzato come da specifico regolamento) e deve pagare alcune migliaia di dollari, parte dei quali vanno poi devoluti in beneficienza dall''organizzazione.
    Stiamo un po'' a vedere chi sarà il primo atleta targato Marathon Cremona a partecipare e portare a termine l'eccezionale impresa, arrivando ai 2.548 m del traguardo, ad un passo dalla cima del Monte Whitney, nella Sierra Nevada.
    Per maggiori informazioni, consultare il sito http://www.badwater.com/event/badwater-135/.

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